Malocchio? Ci credo e me lo faccio togliere tramite social. Smart-rituals e spazi post-rurali tra Ernesto de Martino e Hakim Bey

10.06.2022

Nonostante nella seconda metà del secolo scorso si ritenesse che le credenze magiche contadine e i relativi rituali dovessero scomparire travolti dalla modernità, essi sono ancora estremamente diffusi, in particolare nelle aree interne rurali e post-rurali della Campania settentrionale e più in generale del Sud. Una recente inchiesta - frutto di una più ampia campagna di ricerca ancora in corso a cura di Microsphera sulle persistenze delle tradizioni magiche - non solo conferma come tali credenze siano ancora diffuse, ma come la modernità (piuttosto che portare alla scomparsa delle antiche pratiche) venga piegata ai fini dell'operazione magica. Una percentuale consistente degli intervistati ha dichiarato di credere al malocchio e di utilizzare regolarmente lo smartphone, i servizi di messaggeria e i social networks per contattare amici o parenti capaci di operare il cerimoniale per eliminare l'influsso negativo.

Un rito mediterraneo

Un equivoco in cui ci si imbatte quando si leggono testi sulle tradizioni popolari è quello secondo il quale le credenze intorno al malocchio - e i rituali per eliminarlo - siano specifici di particolari luoghi. Nulla di più errato e superficiale: le credenze sul malocchio e i relativi cerimoniali per la sua eliminazione sono diffusi, con lievi variazioni tra zona e zona, in tutta l'area mediterranea. Nel presente scritto ci si riferisce a un'area geografica ben delineata che corrisponde al territorio interessato dalla campagna di ricerca, ovvero l'alta Campania; ma tali sopravvivenze e la loro traduzione nel mondo contemporaneo interessano molti altri luoghi e culture.

Per malocchio (in dialetto campano maluocchie, maluocci, affascìno, uocchie sicche, ovvero "occhi secchi") si intende l'asserito potere, a volte inconsapevole, dello sguardo di produrre effetti negativi su chi viene guardato (essere umano o animale); sintomi che possono andare dalla cefalgia fino a gravi malesseri psicofisici. L'antropologo napoletano Ernesto de Martino (1908-1965) - nei suoi studi sul magismo nell'Italia meridionale, in particolare nel saggio Sud e magia - inserì il malocchio nel campo più generale della fascinazione.

"La fascinazione comporta un agente fascinatore e una vittima, e quando l'agente è configurato in forma umana, la fascinazione si determina come malocchio, cioè come influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso (onde il malocchio è anche chiamato invidia), con varie sfumature che vanno dalla influenza più o meno involontaria alla fattura deliberatamente ordita con un cerimoniale definito, e che può essere - ed è allora particolarmente temibile - fattura a morte." (E. de Martino, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano, 1982, p. 8)

[Mosaico, Basilica Hilariana al Celio, Roma]

Le credenze sul malocchio risalgono al mondo antico: in area mediterranea sono note le cosiddette oculares (ovvero "coppe-occhio") calcidiche i cui esempi più datati, oggi conservati al Museo d'Arte delle Cicladi, risalgono al VI secolo a. C. Si tratta di un tipo di kylix su cui erano dipinti due grossi occhi - probabilmente connessi alle credenze sul malocchio - dal valore apotropaico. Nella Basilica Hilariana al Celio di Roma, dedicata al culto di Attis e Cibele ed edificata a partire dall'epoca Antonina (II secolo d. C.), è conservato un mosaico con la rappresentazione del malocchio. Un kakodaimon (un demone malvagio) itifallico è ritratto nell'atto di suonare il diaulos (doppio oboe) accanto a un occhio di grandi dimensioni che è trafitto da un tridente e da una spada, mentre è morso da alcuni animali: uno scorpione, un serpente, un cane, un gatto, un corvo e un millepiedi.

Nella tradizione ebraico-cristiana le credenze intorno al malocchio sono molto diffuse. Le tracce si trovano sia nella Bibbia e nella letteratura rabbinica (Rivka Ulmer, The Evil Eye in the Bible and in the Rabbinic Literature, KTAV Publishing House, 1994, p. 176), sia nel Vangelo, come ad esempio in Matteo: «Ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo lo sarà pieno di oscurità. Se dunque la luce che è l'oscurità, quanto è grande l'oscurità!» (Matteo 6,23). Le credenze intorno al malocchio sono diffuse inoltre nella cultura persiana, nel mondo slavo, in quello turco e in quello arabo mediterraneo e del Vicino Oriente. In quest'ultimo ambito culturale viene effettuato un cerimoniale con acqua e olio molto simile a quello dell'Italia meridionale (osservato da chi scrive a Meknes, Marocco, nel febbraio 2020), durante il quale sono recitate le ultime due sure del Corano: la 113 Al-Falaq (L'Alba Nascente), e la 114 An-Nâs (Gli Uomini).

[Hamsa sul retro di una porta, Marocco, 2020]

Amuleti e rituali contro il malocchio

Così come sono estremamente diffuse le credenze intorno al malocchio, allo stesso tempo sono molteplici i metodi per la sua eliminazione: dagli amuleti e i talismani ai rituali.

Nelle culture ebraica e musulmana la Hamsa, Khamsa, Mano di Miriam o di Fatima, è un talismano a forma di mano diffuso nel Vicino e Medio Oriente e nel Maghreb: collocato sulle porte delle abitazioni protegge dal malocchio e dagli influssi negativi. Spesso è decorato e munito di un Nazar, un amuleto a forma di occhio. In tutta l'area mediterranea è tradizione dipingere un occhio stilizzato sulle imbarcazioni - soprattutto quelle dei pescatori - al fine di proteggerne gli equipaggi dalle insidie e di assicurare fortuna per la pesca. Tra i talismani e gli amuleti più diffusi nel meridione d'Italia vanno annoverati il ferro di cavallo - collocato sulle porte delle case o delle stalle - le corna bovine e i cornetti rossi.

[Occhio dipinto su una barca, Eolie 2020]

[Cornetto di corallo nella culla di un neonato, 2021]

Per quel che riguarda le forme rituali per eliminare il malocchio in ambito meridionale italiano, è possibile ricondurre la varietà di sfumature a due grandi gruppi: l'imposizione delle mani e la lecanomanzia, ovvero il cerimoniale con acqua e olio. In entrambi i casi si tratta di rituali tramandati per linea diretta, spesso tra donne (da madre a figlia, da nonna a nipote), durante la notte di Natale: in questo modo la depositaria del segreto conferisce solennità alla consegna dei poteri e delle tecniche. In tanti hanno un operatore di riferimento da interpellare in caso di forti mal di testa e di altri sintomi da affascino o malocchio. Il rito con l'imposizione delle mani, conosciuto come segnatura, si svolge con l'operatore posto di fronte alla persona da curare dal malocchio; dopo aver fatto il segno della croce, l'operatore segna una croce con il pollice della mano destra per tre volte sulla fronte dell'affascinato. Il tutto mentre vengono recitate a bassissima voce delle formule e delle preghiere segrete: quando l'operatore sbadiglia si riesce a capire la presenza del malocchio e il sesso di chi lo ha gettato; in questo modo l'affascinato viene liberato dalla negatività.

L'altra metodologia è quella del rituale con acqua e olio di oliva. Tale specifica ritualità è presente, con forme leggermente diverse secondo le culture di riferimento, in tutta la zona di diffusione dell'olivo. Ernesto de Martino riportò il rituale osservato a Grottole (in provincia di Matera), ma il rito con l'utilizzo dell'olio è diffuso ovunque, osservato e registrato pure nel corso della presente ricerca in Campania.

[Sequenza del cerimoniale, Campania, dicembre 2021]

"Il trattamento della fascinatura (o affascino, o attaccamento, o malocchio, o invidia, o fattura) si fonda sulla esecuzione di un particolare cerimoniale da parte di operatori magici specializzati. A Gròttole la donna che è afflitta da mal di testa di sospetta natura magica può, in dati casi, operare da sé: verserà una goccia d'olio in un recipiente d'acqua e osserverà se l'olio si spande o meno: se si spande si tratta di fascinatura, se non si spande è un comune mal di testa, per es. da raffreddore." (E. de Martino, op. cit., p. 9)

Tale forma di ritualità ancora oggi viene effettuata con più frequenza, con lievi differenze di esecuzione. Il video mostra un cerimoniale per eliminare il malocchio registrato in provincia di Caserta nel dicembre del 2021. L'affascinato da liberare si trovava a Milano e aveva contattato l'operatrice attraverso una chat social.

[Cerimoniale per eliminare il malocchio, Campania, 2021]


La ricerca: diffusione e metamorfosi dei rituali contro il malocchio nello spazio post-rurale

La ricerca sul malocchio è nata nell'ambito di una serie di inchieste sul campo relative alle persistenze delle credenze magiche contadine nelle aree post-rurali della Campania settentrionale svolte fra gli ultimi mesi del 2021 e i primi del 2022. Per spazi post-rurali si intendono quelle aree le cui condizioni sociali, economiche, antropologiche e culturali sono la conseguenza del tramonto e della dissoluzione della civiltà contadina avvenuta nella seconda metà del Novecento. Si tratta di aree in cui dal punto di vista economico il lavoro agricolo è ancora diffuso, seppure non con la centralità del passato, ma nelle quali la scomparsa della civiltà contadina ha spalancato le porte a una nuova dimensione della storia dai connotati incerti e per nulla delineati: mancata e/o errata industrializzazione e suo relativo declino, acuirsi di contraddizioni endemiche, devastazione ambientale, nuova emigrazione, alte percentuali di disoccupazione e lavoro nero. Lo spazio post-rurale è il luogo della dissoluzione definitiva della civiltà contadina, nel quale però la ruralità continua a riverberarsi nell'economica, nella morfologia del territorio, nell'architettura, nei rapporti sociali e nella cultura.

Il campione intervistato era composto da poco più di duecento persone, diviso grosso modo a metà tra soggetti femminili e maschili, senza distinzioni di età, grado di istruzione, occupazione. Nel complesso circa il 65% degli intervistati ha affermato di credere nel malocchio e nella possibilità di caderne vittima; quasi uguale (62%) il numero di coloro che hanno dichiarato di conoscere operatori capaci di eliminarlo; "solo" il 53% ha detto di rivolgersi regolarmente a conoscenti, parenti o amici in grado di togliere il malocchio attraverso uno dei rituali tradizionali: in stragrande maggioranza quello eseguito con acqua e olio (86%). La percentuale di coloro che hanno affermato di credere al malocchio ha una composizione variegata - per genere, età, istruzione - e per nulla schiacciata su categorie specifiche. Quasi divisa a metà tra uomini (46%) e donne (50%), circa un 4% degli intervistati non ha indicato il genere; il gruppo è formato tanto da elementi scolarizzati (bassa, media e alta scolarizzazione) quanto da soggetti non scolarizzati, questi ultimi in prevalenza anziani sopra i 65 anni (35%). La percentuale degli anziani, è seguita dalla fascia d'età 45-65 anni (25%); quasi pari le fasce 25-45 (22%) e under 25 (18%). Nonostante si tratti di un sondaggio con un campione targetizzato, ovvero composto da elementi disposti a raccontare le proprie esperienze di rapporto (personale o familiare) con la tradizione magica contadina in senso lato, va sottolineato che una buona percentuale (35%) ha affermato di non credere affatto al malocchio e alla possibilità di poterne essere vittima.

[Ferro di cavallo, casa rurale, marzo 2022]

Il dato veramente interessante è che quasi la totalità di coloro che credono al malocchio e si rivolgono a operatori per eliminarlo, di solito non ha un rapporto diretto con loro. I canali che legano eventuale affascinato e operatore sono molteplici: si va dalla classica chiamata telefonica - in realtà meno usata - a tutte le messaggerie social presenti sul mercato delle comunicazioni. Quello che un tempo era un cerimoniale che si svolgeva in presenza, oggi ha mutato le sue caratteristiche: un elemento probabilmente amplificato durante i lockdowns in cui per contattare un vicino di casa ci si serviva dello smartphone o del pc. Stando alle esperienze degli intervistati il rituale riesce ad assolvere al proprio scopo: il fenomeno è trasversale. Contattare un operatore di fiducia per farsi togliere il malocchio accomuna tanto la casalinga o il disoccupato con bassa scolarizzazione, quanto l'ingegnere emigrato all'estero: prima si andava a bussare alla porta di chi sapeva "fare a' maluocchio", ora gli si invia un messaggio e si attende comodamente il responso mentre si continuano a svolgere le proprie attività.

C.E., 42 anni, laureata in architettura e designer emigrata in Germania dove lavora per una grande multinazionale ha raccontato di mantenere il rapporto con la sua operatrice di fiducia, una zia materna, e di rivolgersi a lei non solo quando sente di essere stata colpita dal malocchio, ma anche a scopo "preventivo". Quando ha incontri di lavoro o appuntamenti con clienti importanti, manda un messaggio su Whatsapp alla zia indicandole l'orario: in questo modo, all'ora prestabilita, l'operatrice a più di mille chiilometri di distanza mette in atto il cerimoniale. C. è fermamente convinta della protezione e dell'aiuto che il rito fatto giù al paese sia efficace.

I dati da cogliere, a questo punto, sono due: la persistenza di taluni fenomeni nonostante la scomparsa di un intero sistema di valori e la trasformazione dei rituali che piegano al loro fine i mezzi moderni. Si potrebbe quasi parlare di un malocchio 2.0 o di M.a.d. (Malocchio a distanza); una particolare trasformazione del rituale che per certi aspetti ibrida la pratica tradizionale con forme di telepatia - sarebbe ancora più appropriato riferirsi a una tele-empatia tra affascinato e operatore - attraverso l'utilizzo dello strumento tecnologico. Nel caso specifico, l'espressione "Malocchio a distanza" può indicare non solo la possibilità di curarlo ma anche quella di esserne colpiti "a distanza", ad esempio dopo aver condiviso una foto o un video sui profili social.

P. C., 34 anni, imprenditore agricolo, ha raccontato di essersi recato a una fiera agricola e, concluse le trattative per l'acquisto di un trattore, di aver postato su uno dei suoi profili social una foto che lo ritraeva sul nuovo mezzo. Dopo pochi minuti aveva cominciato ad avvertire mal di testa e a sentirsi male, e quindi deciso - mentre si trovava in fiera - di inviare un sms alla madre (che era a casa) affinché provvedesse a distanza al cerimoniale curativo magico anti-malocchio. P. afferma di essersi sentito di nuovo meglio, dopo poco tempo.

[La persistenza del magismo contadino: "abitino" sulla porta di una casa rurale nel casertano. L'amuleto è stato affisso negli anni '60 del Novecento e mai più rimosso, come testimoniano i diversi strati di verniciatura ai lati. Gennaio 2022]

Ma chi sono gli operatori che oggi danno vita agli smart-rituals? Che caratteristiche hanno? I risultati della ricerca hanno evidenziato aspetti molto interessanti. In larga parte si tratta di operatori, o meglio di operatrici, ascrivibili alla figura tradizionale: madri, nonne, conoscenti anziane. Ma non mancano operatori giovani e di sesso maschile.

P.R., 30 anni, diplomato e dipendente pubblico, racconta di aver chiesto a un parente-operatore di tramandargli il cerimoniale e la formula per pura curiosità. Ha atteso il Natale e ha imparato a "fare a' maluocchio" senza però immaginare di divenire a sua volta un operatore. Poco alla volta si è ritrovato a essere il punto di riferimento di un piccolo gruppo di parenti e conoscenti che, regolarmente, lo contattano per il cerimoniale, sia in presenza sia a distanza.

Il magismo di matrice contadina piuttosto che scomparire «dinanzi all'assalto vigoroso della civiltà moderna» (E. de Martino, op. cit., p. 106) è stato testimone della sua disgregazione e, in un mondo dai contorni incerti, ha resistito piegando ai propri scopi alcuni degli strumenti iconici della nostra epoca come lo smartphone e i social networks. A tale proposito è illuminante un'ulteriore riflessione contenuta in Sud e magia:

In realtà le «sopravvivenze» magiche lucane o genericamente meridionali pur «vivono» in qualche modo e assolvono, nella società data, a una loro propria funzione: e finché «vivono» - sia pure per gruppi umani circoscritti - serbano una tal quale coordinazione con le forme egemoniche di vita culturale. (ibidem)

Considerazioni che sembrano connesse in modo diretto con lo scenario svelato dalla presente ricerca: nonostante la scomparsa della civiltà contadina, le credenze e le superstizioni sono riuscite a sopravvivere, in gruppi umani limitati, collegandosi e confrontandosi con le forme egemoniche della vita culturale. Tra tali credenze e superstizioni, il malocchio sembra un elemento capace di sopravvivere e di adattarsi alle mutate condizioni sociali e culturali. L'obiettivo della presente ricerca non è quello dell'indagine fenomenologica sui meccanismi che regolano l'operazione magica in sé, e quindi pure la sua efficacia, quanto piuttosto di sottolineare la persistenza di tali operazioni nella nostra contemporaneità e il loro costante riadattarsi ai mutati orizzonti culturali: un processo che non deve essere né esclusivo, né nuovo, né tantomeno esclusivamente moderno. La generazione contemporanea è testimone di questa (e soltanto di questa) trasformazione perché la vive, ma probabilmente nella storia secolare, forse millenaria, del rito esso si è riadattato diverse volte con il mutare del panorama sociale e culturale di riferimento: un processo di persistenza più che di sopravvivenza.

Per comprendere le ragioni di tale tenace persistenza può essere utile rileggere la riflessione del filosofo statunitense Hakim Bey (pseudonimo di Peter Lamborn Wilson, scomparso il 22 maggio 2022), contenuta nel suo scritto Evil Eye:

"Il malocchio - mal occhio - esiste davvero, e la cultura occidentale moderna ha represso ogni sua conoscenza così profondamente che i suoi effetti ci sopraffanno - e sono scambiati per qualcos'altro. Così è libero di operare senza controllo, sconvolgendo la società in un parossismo di Invidia. Invidiosa Invidia - la manifestazione attiva del risentimento passivo - proiettata verso l'esterno attraverso lo sguardo (cioè attraverso l'intero linguaggio dei gesti e della fisionomia, a cui la maggior parte dei moderni è sorda, o meglio di cui non è consapevole di udire). È soprattutto quando siamo inconsapevoli di tale magia che funziona meglio - inoltre, è noto che il possessore dell'Occhio è quasi sempre privo di sensi - non un vero mago nero, ma quasi una vittima - sì, ma una vittima che sfugge alla malignità trasmettendola, come per riflesso. [...] L'invidia è un'astrazione perché vuole "togliere". Il Malocchio è la sua arma nel mondo psichico/fisico. Contro di essa, quindi, deve stare non un'altra astrazione (come la moralità) ma la più solida delle realtà carnose, il potere sovrabbondante della nascita, del cazzo, delle brezze azzurre. L'amuleto che modelliamo contro un'intera società del Malocchio non può essere né più né meno della nostra stessa vita, adamantino come pietra e corno, morbido come il cielo". (Hakim Bey, Evil Eye, Hermetic.com, 22 gennaio 2017, consultato il 25 maggio 2022, traduzione nostra)

Il malocchio si materializza e fonda i rapporti nel mondo post-moderno e cibernetico, contro di esso più che astrazioni bisogna modellare amuleti concreti, come quelli che passano attraverso la tastiera e lo schermo di uno smartphone. Ci si trova al cospetto di un concreto smart-rituals: qui la tecnologia non snatura, inficia o estrae profitto (ad esempio attraverso un'App capace di eliminare il malocchio) dalla pratica tradizionale, anzi quest'ultima si trasforma e sopravvive nel tempo e nello spazio presente utilizzando lo strumento tecnologico ai fini dell'operazione magica.

È interessante sottolineare come non si tratti di una traduzione "di mercato" della pratica tradizionale, il folklore - in tale caso - non crea profitto. L'utilizzo dello strumento tecnologico non svilisce il senso del rito e non lo esautora delle sue funzioni e prerogative: è il rituale che trasformandosi piega alle sue esigenze lo strumento, senza per questo perdere il suo potere di risoluzione della negatività. Se si continua a espletare il cerimoniale utilizzando i nuovi canali di comunicazione disponibili vuol dire che lo stesso riesce ad assolvere ai suoi compiti "a distanza": risiede proprio in tali implicazioni la validità dello smart-ritual. La presente indagine si è concentrata soprattutto sulla dimensione sociologica e antropologica della persistenza - e non della semplice sopravvivenza - della credenza, piuttosto che sulla validità del cerimoniale dal punto di vista fenomenologico proprio in virtù del suo persistere nel tempo presente attraverso forme inedite che si adattano ai mutati orizzonti sociali e culturali. Tale traiettoria è utile ai fini della costruzione di un nuovo punto di vista consapevole della persistenza di alcuni specifici istituti del magismo di matrice contadina nell'era di internet e del mondo iper-connesso. Proprio per questo la presente ricerca è solo una prima ricognizione che ha il merito di consegnare un quadro del tutto differente da quanto teorizzato a partire dalla metà del secolo scorso in merito alla definitiva fuoriuscita del magismo dalle vite degli individui e delle collettività. La magia di matrice contadina vive e opera oltre la scomparsa della civiltà rurale in un presente fatto di smart-rituals: è questo il dato di realtà che va colto e assimilato per iniziare a ritracciare la storia del magismo lì dove si era cristallizzata in schemi oramai obsoleti.

Massimiliano Palmesano

...tales from the ancient new world!

Il materiale visuale (foto e video) è a cura di ARCH.ET.(I)PA. 


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